ZuccheroAmaro

martedì, agosto 22, 2006, 02:16 PM
A distanza di oramai 5 mesi dall'inizio del non-lavoro, ci chiedevamo quale fosse la condizione dei saccariferi colpiti dalla falce...
I dipendenti dei vari stabilimenti sono pregati di inviare a questo sito le proprie considerazioni, i propri dubbi, le proprie lamentele (nei confronti di chiunque), le proprie paure e, ovviamente, le destinazioni a cui sono approdati. Questo sito è regolarmente consultato da vari organi di stampa, e noi siamo sempre dell'idea che diffondere le notizie sia uno dei modi per non farci definitivamente affondare!

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mercoledì, agosto 9, 2006, 08:53 AM
un comunicato dei sindacati, in attesa di riprendere per bene il filo del discorso...

Roma, 25 luglio 2006


A tutte le strutture e alle RSU
interessate al settore saccarifero


Si è svolta, in data odierna, presso il Ministero dell’Agricoltura, la riunione del tavolo bio-energetico presieduto dal Ministro De Castro e dai Sottosegretari Tampieri e Boco.

Hanno preso parte all’incontro gli assessori all’agricoltura delle Regioni interessate e numerose rappresentanze del mondo imprenditoriale energetico, saccarifero e agricolo.

Il Ministro ha in premessa sottolineato la forte volontà politica del Governo di creare condizioni di sviluppo nel campo delle bio-energie da produzioni agricole.

Partendo dalla legge 81/2006 ha rimarcato, dobbiamo decidere come proseguire, coniugando la riconversione del settore saccarifero, gli interessi del mondo agricolo e le ricadute sociali.

Obiettivo del Governo e quello di definire una linea politica supportata da interventi economici, già a partire dalla prossima finanziaria, in un quadro che recepisce accordi fra le regioni interessate, gli industriali, le associazioni agricole ed il sindacato.

Campi d’intervento possono andare dalla defiscalizzazione, ai certificati verdi DOC, all’aumento del contributo per le produzioni no-food, ma il tutto con materia prima prodotta da agricoltura nazionale e con contratti di filiera in grado di garantire lo sviluppo del mercato.

Non sono mancate le perplessità sulle compatibilità economiche soprattutto sul versante agricolo, anche se è stata ribadita, a più riprese, la volontà di voler lavorare con grande impegno alla realizzazione della filiera.

Per parte nostra abbiamo ribadito la necessità di convocare al più presto il tavolo bieticolo saccarifero per la definizione del piano nazionale di settore e per garantire il futuro dei 6 stabilimenti rimasti in attività e la bieticoltura su tutto il territorio nazionale. Sul versante riconversioni abbiamo rimarcato la necessità dei tempi e gli impegni contenuti nell’accordo quadro recepito dal Governo precedente, nonché la necessità di una corretta gestione delle risorse dei fondi ristrutturazione e regionalizzazione in funzione della riconversione della filiera e della salvaguardia dei posti di lavoro. Abbiamo inoltre richiesto un maggior coinvolgimento del sindacato e la necessità di avere al più presto il decreto sugli ammortizzatori in deroga, fermo ormai da mesi al Ministero delle Finanze.

Il dibattito sviluppato ha trovato una sintesi riassumibile su tre punti:

1. convocazione del tavolo della filiera bieticola-saccarifera ai primi di settembre
2. invito alle Regioni di definire accordi di programma con il mondo imprenditoriale e sindacale in grado di coniugare compatibilità economiche, ambientali ed occupazionali
3. impegno del Governo a sostenere, lo sviluppo della filiera agro-energetica compatibilmente alla creazione del mercato.

Pur essendo alle battute iniziali, la riunione è stata positiva, si tratta ora di dar corpo ai progetti regionali ed alle misure d’accompagnamento che il Governo saprà mettere in campo.

Nonostante questo primo incontro positivo, confermiamo lo stato di agitazione del settore fino a quando si realizzeranno fatti concreti e non impegni verbali.

Cordiali saluti.


FAI-CISL FLAI-CGIL UILA-UIL
(S. Retini) (Mattioli Ronconi) ( Bocchi)

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mercoledì, luglio 26, 2006, 06:00 PM
Zuccheroamaro va in ferie per due settimane.

So bene che questo è un altro momento "caldo", di incontri e di rinnovi di accordi, di proposte e di interrogativi, per cui prego tutti coloro che hanno sempre collaborato al sito inviandomi notizie di continuare a farlo, in modo che comunque, anche se con un po' di ritardo, il maggior numero possibile di persone possa continuare ad aggiornarsi.

Grazie e a presto

M.

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lunedì, luglio 24, 2006, 09:17 AM
di Elisa Battistini, da "Ravenna & dintorni"

Una questione globale, che si ripercuote sul locale. Lo storico zuccherificio Eridania di Russi è stato travolto dalle decisioni dell’Unione Europea, e dopo un periodo di incertezze è capitolato al proprio destino. Chiuso lo zuccherificio, cassintegrati i lavoratori, dismessa la produzione, la proprietà – il gruppo Maccaferri – ha proposto di realizzare una centrale di produzione di energia elettrica alimentata da biomasse. Questo il progetto di riconversione presentato a istituzioni e agricoltori. E che ha scatenato polemiche, reazioni, dubbi e punti interrogativi. Il progetto infatti non convince proprio tutti, e apre un tavolo di discussione parecchio intricato, i cui esiti probabilmente si avranno solo in autunno.
Ravenna&Dintorni tenta, in questo numero e nel prossimo, di dare ai lettori le coordinate essenziali per capire una situazione complessa. E destinata a far discutere ancora a lungo.

la vicenda
Tutto iniziò con una direttiva europea
Per le riconversioni italiane, l’Ue stanzierà seicento milioni di euro
di Elisa Battistini

Sono molti i protagonisti cella vicenda dell’ex Eridania di Russi. Oltre alla proprietà e ai lavoratori dell’ex zuccherificio, un tassello importante sono gli agricoltori. Senza il loro sostegno, difficile realizzare la centrale. Il motivo è evidente: se per produrre zucchero occorrevano le barbabietole, adesso serve altro. Cosa? Canna e pioppo, secondo il gruppo Maccaferri, cioè i proponenti la centrale. E questo significherebbe costruire ex novo una filiera agricola al momento inesistente. Non è cosa da poco e gli agricoltori vogliono vederci chiaro. Gli altri protagonisti sono i cittadini, che hanno espresso forti perplessità sull’impatto ambientale dell’eventuale centrale. Tanto che si è creato un comitato d’opposizione, Articolo 32, che ha già raccolto un migliaio di firme.
Ma fermiamoci qui. Perchè per capire davvero di cosa stiamo parlando, è bene raccontare la vicenda pregressa. Ovvero quella che ha portato alla chiusura dello zuccherificio. Nel novembre dello scorso anno, e dopo una lunga trattativa con i governi nazionali, l’Unione Europea – su pressione dell’Organizzazione mondiale del Commercio (Wto) – decide che i paesi membri devono ridurre la produzione di barbabietole, di zucchero e tagliare i prezzi dei due prodotti. In Europa si producevano 18milioni di tonnellate di zucchero: la quantità dovrà scendere a 12 milioni. Anche il prezzo dello zucchero dovrà scendere: da 631 euro a tonnellata a 404 euro. L’Ue impone un drastico taglio della produzione di barbabietole e di zucchero, e un drastico taglio dei prezzi. In Italia, il mercato bieticolo e saccarifero era decisamente forte: il nostro paese produceva 1,5 milioni di tonnellate di zucchero, consumandone 1,6 milioni di tonnellate. Nel settore saccarifero, poi, lavoravano decine di migliaia di occupati (si parla di 70mila persone, se si considera l’indotto). L’effetto della decisione Ue è quindi davvero pesante per il nostro paese: una filiera agricola e industriale viene fortemente ridimensionata, il numero dei lavoratori che rischiano di perdere il lavoro è decisamente alto... e forse l’effetto più bizzarro è che ora lo zucchero ci toccherà importarlo, mentre prima lo producevamo.
Ma così è, e di tutti i 19 zuccherifici italiani solo 6 sono destinati alla sopravvivenza: uno nel sud, cinque nel nord. In Emilia Romagna, dove gli zuccherifici erano nove, ne rimarranno tre. Tra questi, non c’è lo zuccherificio di Russi. Dove 160 lavoratori a tempo indeterminato sono in cassintegrazione (scadrà a marzo) e aspettano di sapere che fine faranno. Non è facile stabilirlo. Almeno finchè non si decide se la centrale a biomasse si farà o no. In ogni caso, la centrale impiegherà stabilmente soltanto 30 persone, quindi un numero decisamente inferiore a quello dei cassintegrati. La proprietà dell’ex Eridania ha promesso di impegnarsi a dare una risposta occupazionale a tutti gli ex dipendenti. Del resto, il futuro del vecchio zuccherificio è una questione molto delicata anche per la proprietà, il gruppo Maccaferri. L’Ue garantisce infatti copiosi incentivi per la riconversione degli zuccherifici italiani: circa 600milioni di euro, complessivamente. A questi si aggiungono anche i fondi stanziati dal governo italiano, destinati al settore (circa 65milioni di euro, almeno secondo la scorsa Finanziaria). E le possibilità per riconvertire gli zuccherifici dismessi sono due: farne delle distillerie per la produzione di bioetanolo o farne centrali a biomasse per produrre energia elettrica. E questo è un vero business, perchè l’energia una volta prodotta si può vendere. Con ottimi guadagni. Senza contare che il nostro paese ha davvero bisogno di produrre energia. Inoltre, la fonte non è di origine fossile – come il petrolio – ma vegetale – le biomasse. Insomma, quella della centrale sembrerebbe, sulla carta, una soluzione ottimale per ambiente e affari.
Molti non la pensano così. E qui ci riallacciamo alla discussione in atto. Gli agricoltori dovranno impiantare nuove colture ad hoc per alimentare la centrale, ma non hanno la garanzia che il business della vendita di energia li coinvolgerà. Ovvero, potrebbero creare una nuova filiera a uso e consumo della proprietà dell’ex Eridania. Anche se il Comune di Russi afferma che il coinvolgimento degli agricoltori sarà cruciale, ancora tutto è incerto. Residenti e associazioni, invece, temono che la centrale causerà altro inquinamento. Perchè le fonti vegetali, dicono, da sole non sono una garanzia.

il dibattito/1
Tutelare la salute e il territorio: le ragioni di chi non vuole la centrale
«Alla fine si tratterà di un inceneritore: all’inizio bruceranno solo prodotti vegetali, ma poi non ce ne saranno abbastanza e inizieranno a bruciare qualsiasi materiale. Come fanno a Bando d’Argenta, dove la centrale a biomasse è diventata un vero e proprio inceneritore». È una delle preoccupazioni espresse dal Comitato Articolo 32, che si è costituito per opporsi all’ipotesi della centrale. Nato da un gruppo di residenti dei dintorni di Piangipane – dove l’eventuale centrale dovrebbe sorgere, mentre il sito dell’ex zuccherificio verrà probabilmente bonificato – il comitato si è presto allargato, coinvolgendo molti attivisti e cittadini di tutta la provincia. Recentemente, il comitato ha indirizzato una lettera all’Amministrazione di Russi, criticando le istituzioni per l’indifferenza dimostrata riguardo alle perplessità dei cittadini, ma anche accusando il Comune di scarsa trasparenza nel riferire le scelte che si intendono fare. Il Comitato, nella lettera, articola poi il proprio dissenso in tre critiche fondamentali. La centrale a biomasse non rispetta l’ambiente; non presenta significative ricadute occupazionali; non garantisce alle aziende agricole una convenienza economica, bensì ne altera la vocazione verso le produzioni alimentari. Una preoccupazione, questa, condivisa da molti rappresentanti delle associazioni dell’agricoltura.
Il nome del comitato, Articolo 32, fa riferimento all’articolo della Costituzione che tutela il diritto alla salute. E proprio la preoccupazione per la salute è il leit motiv della battaglia: «la riconversione – dice Paola Miani, un membro del Comitato – sarebbe deleteria dal punto di vista ambientale. Sul territorio non può essere prodotta biomassa sufficiente per alimentare la centrale. Con la conseguenza, nella migliore delle ipotesi, che dovremmo portare le biomasse da fuori». Questo significa «che ci saranno centinaia di tir al giorno che percorreranno le strade – dice ancora Miani – con un aumento del transito dei camion anche rispetto a quello già consistente che serviva lo zuccherificio. Ma almeno per lo zuccherificio il transito era soltanto qualche mese all’anno, mentre la centrale avrà bisogno di essere alimentata tutto l’anno». Questa la migliore delle ipotesi. La peggiore, appunto, è il fantasma di un “inceneritore mascherato”.
Il dubbio più forte – anche questo espresso dal mondo agricolo – è che la produzione di biomassa sia insufficiente per le dimensioni della centrale, che saranno notevoli: 30Mwatt. Basta pensare che, per i fautori dell’energia pulita, i modelli ideali cui guardare sono le centrali da 1Mwatt, alimentate da scarti agricoli o forestali, in grado di riscaldare piccoli centri abitati. 30Mwatt è davvero una centrale di grandi dimensioni, il che legittima il dubbio: il nostro territorio ce la farà a sostenere la centrale? Il piano energetico regionale prevede il raggiungimento di 350Mwatt da produrre con fonti rinnovabili, secondo il protocollo di Kyoto. Resta da vedere se le biomasse possono essere considerate a pieno titolo “fonti rinnovabili”. Tutto dipende dal ciclo agricolo-industriale. Se questo non è ben coordinato, difficilmente si possono ritenere tali: portare biomasse da altri territori comporta un consumo di energia, con un saldo negativo dal punto di vista dell’energia rinnovabile. Anche perchè quella di Russi è solo una delle centrali a biomasse che potrebbero nascere in Romagna: altre sono paventate a Conselice e Case Murate, ad esempio. E tutte di notevoli dimensioni.
Ma perchè tutti si danno alle centrali a biomasse? Forse, malignano gli oppositori, perchè l’Ue stanzia davvero tanti soldi, rendendo le riconversioni un vero e proprio affare. «Una centrale di quelle dimensioni comunque non può reggere – dice Cinzia Pasi dell’associazione ambientalista Clandestino, nata a Forlì nel 2002 – Il ciclo agricolo non può star dietro a quel fabbisogno, specie se le centrali saranno molte». Guardando ai numeri però, se erano 14mila gli ettari destinati alla barbabietola in Romagna e per la centrale di Russi ne servono 9mila a coltura specializzata, sulla carta i conti tornano. «Ma tornano guardando a tutta la Romagna – dice Pasi– e comunque il trasporto e la combustione sono inquinanti. E un’altra preoccupazione è che la canna comune, che la proprietà propone di coltivare, è un infestante! Ci son voluti 20 anni per estirparla dal territorio e ora il gruppo Maccaferri propone di piantare questo infestante per far andare la loro centrale. Le conseguenze sarebbero gravissime». Ma c’è di più: «sulla bozza di programma presentata dal gruppo Maccaferri – continua l’attivista di Clandestino – c’è scritto che la centrale occuperà una trentina di persone, ovvero molto meno di quante erano occupate all’Eridania, e sempre nella bozza presentata al Comune non c’è scritto che la centrale brucerà solo biomasse... quindi potrebbe bruciare di tutto». Resta però da capire una cosa: se la centrale non si facesse, quali sarebbero le alternative secondo gli oppositori? «La soluzione è realizzare piccoli impianti – risponde Cinzia Pasi – da 1 o 2 Mwatt. Impianti che potrebbero essere fatti dagli stessi agricoltori e sarebbero alimentati dagli scarti delle produzioni agricole. Cioè quel che accade in molte zone del Trentino, dove esistono tanti piccoli impianti alimentati dagli scarti delle segherie».
Infatti, in Val di Non, con l’energia prodotta dagli scarti si scaldano le abitazioni (teleriscaldamento). Ma gli impianti sono piccoli e costruiti con un’altra finalità: utilizzare al meglio gli scarti di produzioni già esistenti. Qui, diversamente, si deve ricrerare una filiera, per produrre energia da vendere sul mercato. Chi ne trarrà vero vantaggio?

il dibattito/2
Ma oltre all’impatto ambientale, resta aperta la “questione agraria”
Molte persone nutrono dubbi sul progetto, quindi. E sarà anche per questo che la proprietà sta cercando di comunicare il più possibile con i cittadini e le associazioni spontanee. Per “convincere” tutti ad acconsentire al grande affare, direbbero i più maliziosi. Per rassicurare tutti circa la compatibilità ambientale della probabile futura centrale, e sull’assenza di pericoli per la salute, dicono loro. Il 5 luglio l’azienda e il consiglio di fabbrica hanno tenuto un’assemblea in cui hanno addirittura presentato una relazione da destinare alla stampa, intitolata Per evitare inutili polemiche e strumentalizzazioni. Nel testo, l’azienda risponde alle principali critiche mosse dai comitati. E durante l’assemblea, il responsabile della riconversione Raimondo Cinti è stato molto chiaro: «la centrale brucerà esclusivamente biomasse, che verranno coltivate nel bacino ora destinato alle barbabietole». Cinti ha inoltre dichiarato che la canna comune non è assolutamente infestante per i terreni e che necessita di trattamenti chimici nettamente inferiori alla barbabietola. Sul numero di camion che dovrebbero transitare, ha parlato inoltre di un netto miglioramento rispetto al trasporto dello zucchero: se prima si trattava di 30mila camion in pochi mesi, ora i camion dovrebbero essere 20mila, “spalmati” nel corso dell’anno. Cinti ha puntato inoltre sulla necessità per la centrale di ricevere la certificazione Emas, ovvero la certificazione europea che attesta la sostenibilità ambientale dell’impianto.
Che la centrale non debba inquinare, lo hanno detto – ovviamente – a più riprese anche il sindaco di Russi Pietro Vanicelli e il vicesindaco Enzo Bosi. E da qualche tempo, probabilmente in risposta alle critiche dei comitati, sul sito del Comune di Russi si può trovare il progetto di riconversione dello zuccherificio e della centrale a biomasse. A voler essere precisi però, nel testo scaricabile dal sito non è proprio così chiaro che la centrale brucerà soltanto materie di origine vegetale. Anzi, guardando l’ultima parte del documento, relativa al sistema di abbattimento degli inquinanti, si dice che è previsto un reattore a secco per l’abbattimento e la neutralizzazione dei gas acidi. Nella pagina seguente, è scritto che il reattore in questione sarà normalmente spento o a funzionamento ridotto, poichè i combustibili utilizzati sono poco inquinanti. Eppure, qualche riga dopo, il documento dice che l’installazione del reattore: è prevista in caso si ricevesse del combustibile con maggior contenuto di inquinanti. Il dubbio quindi rimane: di quali materie “con maggior contenuto di inquinanti” stiamo parlando? E perchè il progetto le prevede?
Lasciando un momento da parte il tema della salute e dell’inquinamento, resta in realtà un altro interrogativo importante: l’agricoltura. Libero Asioli, assessore provinciale alle politiche agroalimentari, pensa che questo sia lo snodo cruciale della vicenda. «Ma al momento su questo fronte non ci sono sostanziali novità – dice Asioli – Le associazioni di agricoltori vogliono approfondire la questione, ma per farlo siamo in attesa di risposte anche da parte del Governo e della Regione». Perchè se ci sono incentivi statali per la riconversione degli impianti, si è in attesa anche di qualche segnale positivo sulle fonti rinnovabili. Ovvero di sapere se ci saranno aiuti per gli agricoltori che vogliono prendere parte al processo di produzione di energia. «Gli agricoltori vogliono avere maggiori garanzie sui prezzi – continua Asioli – capire se i prezzi di vendita delle biomasse saranno in qualche modo vincolati al costo del petrolio, ad esempio. Ovvero legati al mercato dell’energia». Ma, in generale, secondo il neoeletto assessore provinciale, il progetto è da valutare con molta attenzione «per ridare un’occupazione almeno a una parte degli ex lavoratori dello zuccherificio e dell’indotto, ma anche perchè bisogna porsi il problema della produzione energetica. Se, giustamente, diciamo no al nucleare, bisogna tentare di trovare produzioni alternative. La centrale a biomasse è una risposta alternativa, a patto che la biomassa sia prodotta qui. E i dati sembrano confermare che è possibile». Ma se anche Case Murate e Conselice faranno una centrale a biomasse, cosa succederà? «La Regione dovrà dare indicazioni precise su come vuole che siano distribuiti i 350 Mwatt previsti delle fonti rinnovabili. È chiaro che non possono essere coperti completamente da centrali a biomasse! Vorrei però rimarcare che questo caso ha posto una questione importante: l’agricoltura può dare un grande contributo alla produzione di energia alternativa. Producendo biomasse per la centrale, ma anche producendo biodisel, o puntando sul fotovoltaico». Asioli dice inoltre di rispettare le preoccupazioni dei cittadini circa la propria salute. «Per questo bisognerà avere tutte le garanzie e le certificazioni di sostenibilità. E certamente bisognerà far sì che la centrale bruci soltanto biomasse».
L’ultima battuta va però a Dino Tartagni della Coldiretti, che ha espresso molto chiaramente le principali istanze del mondo dell’agricoltura. Tartagni sottolinea che ci sono premesse importanti – tra cui l’applicazione del protocollo di Kyoto e la politica agroalimentare portata avanti dall’Ue – che legittimano l’opportunità, per l’impresa agricola, di partecipare alla produzione di agroenergie. Eppure, dice Tartagni, «occorre che ogni proposta di coltivazione, anche quella dell’Eridania Sadam soddisfi prerequisiti ambientali e un equo ritorno di valore alle imprese agricole all’interno della filiera agroenergetica». Ovvero, bisogna dare la possibilità alle imprese di partecipare non solo alla produzione locale di materia prima, ma anche alla vendita dell’energia stessa. «Il vero valore aggiunto è in quest’ultima», afferma Tartagni. Per gli agricoltori, «occorrono certezze preventive nel fare contratti di produzione, e certezze per fare investimenti di lungo periodo».
Un’altra preoccupazione di Tartagni è di accertarsi circa l’effettiva disponibilità di superfici «e anche di imprese effettive che producano. Non sono cose scontate e occorrerà un monitoraggio preventivo. Perchè un conto è simulare la ricaduta nel territorio romagnolo per un singolo progetto, un altro è quando si prevedono sullo stesso territorio 3 o 4 grandi progetti da decine di megawatt cadauno». E, per finire, Tartagni pone un problema di ordine ancor più generale: «è necessario un confronto trasparente per la questione energetica. Bisogna ragionare su tutti i fronti: dal fotovoltaico al biodiesel, dal biogas alle biomasse. Soddisfatte tali questioni, si può iniziare a lavorare con le imprese».

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giovedì, luglio 20, 2006, 04:25 PM
Oggetto: Comunicazione


A seguito della forte pressione esercitata da Fai, Flai e Uila a livello territoriale e nazionale, il Ministro De Castro ha convocato il Tavolo di filiera delle bioenergie per il 25 luglio prossimo, pertanto la manifestazione prevista per il giorno 28 sotto la sede del Ministero delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali è al momento revocata.
E’ una prima risposta alle questioni che avevamo sollevato, ma chiaramente insufficiente per affrontare i problemi che coinvolgono il settore saccarifero. Permane la necessità di un piano nazionale sullo zucchero ed una forte iniziativa del Ministro De Castro nei confronti del Commissario Fischer Boel, alla luce anche dei regolamenti comunitari recanti le modalità d’applicazione della OCM zucchero di recente emanazione, visto e considerato che il 70% della produzione di zucchero abbandonata ad oggi in Europa è quella italiana.
Così come sul versante ammortizzatori in deroga per i lavoratori stagionali del settore permane la necessità di avere al più presto il Decreto che stanzia i 20 milioni di Euro previsti, ancora bloccato, senza motivazioni ufficiali, al Ministero dell’Economia.
Problemi irrisolti sul tappeto che richiedono la messa in campo di azioni e strategie che ancora non si sostanziano nella politica del nuovo Governo e che giustificano il permanere dello stato di agitazione dei lavoratori del settore dichiarato precedentemente.

Vi informeremo in tempo reale sull’esito dell’incontro.
FAI-CISL FLAI-CGIL UILA-UIL
S.Retini A. Mattioli-E.Ronconi T. Bocchi

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